Lavora schiavo!

Buongiorno a tutti voi. Sono settimane convulse e piene di avvenimenti. Sappiate che ora, avendo preso a tempo di record, la patente A2 della moto, sarò un’ulteriore rischio alla vostra incolumità. Nel frattempo però sono ancora in giro a cercare uno scooterone che mi permetta di proiettarmi oltre i confini lombardi a prezzi contenuti (ma con l’SH proprio non andiamo a genio).

Parlando invece di fotografia mi voglio soffermare su un aspetto poco dibattuto o che per lo meno, ho letto poco e che rispecchia il titolo del mio post. Ovvero come comportarsi quando hai emesso la fattura di uno o più lavori e non sono stati ancora saldati dal cliente. Per una mia amica la soluzione è quella di fargli trovare la testa di un cavallo sotto le lenzuola. Mi pare un tantinello esagerato. Eppure, ho dovuto e sto ancora avendo a che fare con ben tre clienti che non solo continuano a chiamarmi, ma che di saldare trovano scuse varie, a volte veramente fantasiose.

L’ultima in ordine di tempo mi ha chiesto di andare a fare un lavoro fuori Milano, in una giornata sotto un autentico diluvio. Visto che però del precedente pagamento non c’era ancora traccia, mi sono rifiutato. Prima saldami, poi si parte, mi sono detto. Ovviamente il mio è stato un approccio più soft e contenuto. Ma il rifiuto, con la scusa del cattivo tempo, implicava nella mail anche la richiesta di chiarimenti per il mancato pagamento della fattura emessa da oltre un mese. È qui dentro che mi diverto col sarcasmo perché la comunicazione a pallottole non serve a nessuno. Resta però l’irritazione per un atteggiamento irrispettoso e poco professionale. Vedere poi la titolare fuori Italia mostarsi felice su personali cicli esistenziali, mi rende un po’ pazzerello, passando dall’apatia alla modalità Samuel Jackson in Pulp fiction che sbraita monologhi biblici simil esistenziali prima del fatidico clic.

Disgrazia vuole che pur avendo tutti i requisiti per usufruire dell’aiuto statale, lo scorso anno sono andato in pari col 2019. Quindi niente aiuto. Questo implica non poter fare lo schizzinoso. Insomma, devo continuare a fare la formichina. Perciò capirete bene quanto sia importante che i miei clienti mi paghino velocemente. Esattamente come loro richiedano la consegna dei miei lavori con la medesima celerità. Domandare, sollecitare i pagamenti non è mai bello quando poi una persona ha le sue scadenze.

Ricominciare a lavorare per Just eat, mi permette di avere un costante flusso di lavoro, scordandomi momentaneamente del supermercato (una valangata di prelibatezze mi hanno dato, anche se pare che il mio stomaco non le abbia tutte digerite 🤭). Ma questo lavoro è momentaneo e con l’arrivo del mio nuovo mezzo, le risorse si prosciugheranno velocemente. Queste sono parte delle conseguenze della pandemia.

In realtà lamentarmi non è corretto. C’è chi se la passa molto peggio di me. La differenza? Mai perdersi d’animo. Ma avere entrate regolari aiuta tantissimo. La serietà si dimostra anche da questi passaggi vitali che portano ossigeno a chi ha contribuito a rendere importante una realtà lavorativa. Ma come comportarsi? Quali regole adottare? Come ho detto, uso un mezzo soft mentre in realtà ribollisco come un T 1000 sotto lava.

Pensate che alla mia richiesta, l’ennesima, mi sono sentito dire che il mio approccio non gli era piaciuto e che se volevamo continuare a lavorare assieme, dovevo cambiare atteggiamento. Non è uno scherzo. Sta cialtronata mi è stata realmente detta. Però che mi si lasci per più di un mese a stecchetto, quello andava bene. A volte penso che certa gente sia scollegata dal mondo e che dietro la loro ricchezza o tale presunzione, non vedano chi gli circonda. Non parlo dei poveri poveri ma di tutti gli altri. Gente come te o me che lottano quotidianamente per fare andare bene le cose… e i conti! Tante cose in Italia non sono andate per il verso giusto. L’introduzione dell’euro ci ha dato la bastonata finale. Poi noi ovviamente ci abbiamo messo dell’italica virtù e abbiamo fatto il resto. Una delle cose, che neppure la pandemia ha cambiato, è la maleducazione.

Per chi volesse approfondire questo argomento vi lascio a questi link, che ho trovato molto interessanti:

https://www.socialmediacoso.it/2017/12/18/sollecito-pagamento-fatture/

https://www.impresapratica.com/leggi-e-fisco/clienti-che-non-pagano-come-gestire-i-mancati-pagamenti/

Avvocati e minacce non servono a nulla se non per importanti cifre. Farsi pagare in anticipo? Sì, ma non tutti lo accettano, così come pacchetti a ticket. Insomma, le opzioni non mancano. Scarseggia la serietà. Ma voi, cosa fareste? Come vi comportereste? Fatemelo sapere nei commenti. Un saluto.

Andrea Satta ǀ
20158 Milano (Mi) ǀ Italia ǀ
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Betrayed

Ciao a tutti. Spero che vada tutto bene. Nel mio caso potrei dire che la primavera mal mi giudica se devo costringermi a fare i salti mortali per sopravvivere alle violenze allergiche a cui sono costretto, soprattutto quando dormo, cioè nel momento in cui ho più bisogno di riposare. Ma un giorno spero di ritornarci ancora e di illustrarvi le mie strategie senza fare uso di antistaminici o spray naso dilatatori. Bene, ritorniamo a parlare del mio lavoro di fotografo. Dopo le vacanze pasquali il lavoro è rientrato. Potrei coniare un nuovo motto del tipo “ogni festa porta doni ma ti porta via i lavori” o qualcosa del genere. Lasciando perdere la mia analisi personalissima sull’attuale situazione sociale, il mio discorso ricade sull’idea, tutta personale, sbagliata o meno che sia, che quando dai la parola, la mantieni. Io sono fatto così. Non penso che sia sempre un atteggiamento corretto, anche se onorevole e pieno di pregi, perché se la strada intrapresa è piena di ostacoli e sta creando problemi, rivederne il principio con cui si ha stretto una collaborazione, è quanto meno doveroso se non essenziale.

Come fotografo immobiliare so benissimo che le agenzie immobiliari tendono ad avere il massimo profitto spendendo il meno possibile. Di esempi ne ho fatte a dozzine, né mi soffermerò ulteriormente su un argomento a cui ho dato molto credito. È un problema serissimo che mal si concilia con la mia esperienza e la presunzione che tale esperienza vada retribuita. Bravo o meno che possa ritenermi, quindici anni di lavoro esigono che se tu cliente mi chiami, in seguito non puoi dirmi che sono caro. Certo che lo sono e non vedo il motivo per cui non dovrei esserlo.

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Il principio del mio discorso è che nel mercato libero, chiunque può fare i prezzi che vuole e spesso taluni professionisti cadono nell’errore di accettare richieste al ribasso, tali che a conti fatti, si va innegabilmente in perdita. Ma una volta che si entra nella cerchia dell’una o dell’altra agenzia, si stringono alleanze e si viene accolti in una cerchia di amicizie (un po’ velleitaria, ma reale). Quando io personalmente accetto un incarico, mantengo la parola. Anche se poi a ripensarci me la rimangerei perché, per un motivo o per un altro, capisco tardi di aver beccato un lestofante o un semplice chiacchierone. Certo è che se l’agente immobiliare, mi richiama per altri lavori senza prima avermi saldato quelli precedenti, parola o non parola data, io non mi schiodo dalla poltrona di casa.

Poi ci sono i vigliacchi. Quelli che pensi di conoscere bene e che pur apprezzando il tuo lavoro e il tuo impegno, d’improvviso non chiamano più. Scopri che da primo fotografo sono diventato la riserva. Scopri che, ma che caso, da quando è arrivata una nuova collaboratrice, io sono sparito per dare spazio ad un’altra fotografa. Non so quanto sia pagata ma per esperienza so per certo, quando s’intromettono nuove persone, loro della parola data se ne fregano e la gettano nel cestino. Siamo nel libero mercato quindi è plausibile che si scelgano nuove collaborazioni ma visto che conosco i responsabili MOOOOOLTO bene, ho chiesto lumi e la sua risposta è stata un “ciao Andrea. La cosa diversa dalla ragazza che fa le foto è la disponibilità...” ??????????

È meritevole di un punto interrogativo grande coma la pagina. Ma lo capirete in seguito. Andiamo avanti. Per poi terminare lo striminzito messaggio con un “Comunque ti richiamerò. Stai sereno.” In men che non si dica gli ho risposto per le rime, educate, ma pur sempre decise, perché non mi fai fesso né puoi osare prendermi per il culo. Ovviamente gli ho fatto notare che mai sono stato meno alle disponibilità. Mai, neppure quando ho iniziato a muovermi in bicicletta o con i mezzi dopo che lo scooter mi aveva abbandonato. Questa frase, della disponibilità, mi ha fatto salire il sangue al cervello. Ho proseguito dicendogli che essendo tartassato dagli appuntamenti, era normale fissarli e che mai avrei accettato dei lavori a comando. Prima di tutto perché non sono un loro dipendente, secondo perché altamente diseducativo e terzo mi si accavallano gli impegni con gli altri clienti. L’ultima stoccata è stata un “Con le altre agenzie funziona benissimo e sono ben coordinato. Perché con voi non dovrebbe esserlo?

Ovviamente il “Comunque ti richiamerò” non è mai avvenuto. Non potevo aspettarmi diversamente. Non sono così idiota da non capirlo. Soprattutto perché ha fatto seguito a quel “Stai sereno”, papale papale ad una carezza per calmare il triste bambino. Ma VFC! Rivisto due settimane fa, non mi ha neppure salutato mentre parcheggiava con la sua nuova automobile. Non scherzo! Io non ho i soldi per comprarmi un cazzo di scooter, ma lui si… Basta! Lamentarsi non ha più senso. È la stessa cosa che mi capitò due anni fa con quell’agente donna che ricontattandomi andò a ribasso (ma veramente tanto) mentre lei si vantava in tutto il suo splendore in foto mozzafiato nelle spiagge dei caraibi e di altre località paradisiache su Instagram. Della serie: io so’ figa e voi siete solo merdaccia. Ecco, quello fu uno dei primi casi in cui decisi di dire stop al mio impegno. Il suo atteggiamento era tale che non meritava ulteriori aspettative. E il suo rientro è stato rispedito al mittente.

Nel caso trattato però mi sono sentito tradito da persone a cui tengo e che conosco molto bene per il loro straordinario impegno, non solo professionale ma anche civile. Frasi del genere me le aspetto da altri, non da loro. Penso seriamente di cambiare tutto. Pur andando bene, voglio incominciare a ripuntare sull’arte. Su ciò che obiettivamente mi permette di stare ore intere davanti al monitor di un computer senza risentirne gli effetti negativi. Ma se cercando volete un fotografo versatile e capace, non c’è che da contattarmi. E voi che ne pensate?

Non sei competitivo

Questo è quanto mi sono sentito dire da un cliente, dopo avermi inviato un’esauriente richiesta di un preventivo per andare a fare fotografie in lungo e in largo per mezza Lombardia, a scattare foto ai centri commerciali appena ristrutturati. Non che mi aspettassi nulla, ma il costo preventivato, seguito dall’intera descrizione del servizio offerto e da tutto il lavoro di confronto, il costo era più che onesto. Parliamo di un produttore che ristruttura centri commerciali, non il panificio all’angolo. Parliamo di imprenditori abituati a firmare assegni a cinque zeri. Eppure, per i miei 900€ richiesti, mi sono sentito dire proprio queste parole “dopo aver visionato la sua offerta e averla messa a confronto con altri preventivi, abbiano notato che la cifra da lei domandata era almeno doppia rispetto a quella richiesta in media dai suoi colleghi e quindi non competitiva e per tanto non siamo interessati alla sua proposta.”

Ma che cosa vuol dire non essere competitivo? Cosa porta a dei risultati migliori? Essere collaborativi o competitivi? La differenza è sottile ma quando siete Voi stessi degli imprenditori vuol dire tenersi aggiornato sulle novità e i cambiamenti. Per essere competitivo dovete monitorare e vedere cosa fa il nemico e come si muove. Dovete in primo luogo credere al prodotto che offrite. Dovete crederci, altrimenti che senso avrebbe? Per offrire tale prodotto quindi è necessario una o più strategia, capire cosa ha funzionato bene e rafforzarlo, cosa non ha funzionato bene ed eliminarlo o rielaborarlo.

La competitività dunque si evidenzia dalla professionalità, dalla qualità, dalle strategie e dal marketing e le vie possono essere varie ma sostanzialmente si suddividono in due branchie: la prima è offrire i propri servizi a prezzi modici così da incanalare su di sé molti clienti; nel secondo caso si offre un servizio così caro da essere di nicchia. Ed oggi, badate bene, non lo dico io ma alcuni analisti nel settore, la pandemia sta ridisegnando l’intero settore economico tagliando ogni chance a molte realtà. Non sarà facile e quando ne usciremo, molte cose non saranno più le stesse.

Bene, ritornando al discorso iniziale, la domanda è: sono competitivo? Io direi per onestà, sì! Eppure da questa esperienza mi sono fatto una serie di calcoli. Facendomi un conto, i miei colleghi, per sbattersi fra Como e Lodi (con evidente dispendio di tempo e di soldi per il viaggio), dovrebbero avere fatto richieste per 500€ complessivi. Non per uno, badate bene, ma bensì per molti shooting. – Come ho da sempre sottolineato, il tempo È lavoro che equivale a soldi. – In linea di massima perciò, per ogni servizio fotografico, il fotografo ha optato per farsi pagare 40/50€ massimo a servizio. Non posso criticare l’imprenditore che gioca al ribasso. Lo farei pure io se trovo il pirla, perché così lo citerò, che accetta tali commissioni. Se per lo stesso servizio trovo chi si offre ad una certa cifra sotto la media, senza che lo stolto badi per l’appunto al tempo ed ai soldi che deve spendere solo per raggiungere i luoghi di produzione, lo ripeto, pure io accetterei… se non ho alcuna pretesa. Questo è un punto molto importante. Se voglio fare colpo con un biglietto da visita elegante, mi affido a seri professionisti oppure mi cimento in una lunga analisi delle opzioni stilistiche, artistiche, comunicative migliori. Altrimenti compro un cartoncino, stampo un biglietto da visita a cazzum e lo ritaglio con le forbici.

Se un cliente mi contatta è cosciente della qualità a cui si affida. La qualità va dunque pagata. Il fotografo matrimonialista vuole essere pagato bene perché ci mette il cuore e il tempo per creare momenti di grande emozione. Se la coppia vuole spendere poco, che si affidi agli scatti degli amici con lo smartphone, sperando che poi qualche bella foto possa uscirne fuori dalla scatola della fortuna. Non è negativo essere cari o competitivi e per me, dopo 15 anni di servizio, è il minimo ed onestamente parlando, è ancora sotto il reale valore consegnato.

Ma va bene così, dai. Sono fuori mercato per alcuni? È un vanto. Parlando con un conoscente a cui ho girato il suo numero di telefono richiestomi da un agente immobiliare per dei lavori che io non posso consegnare, mi ha confessato che l’agente andava costantemente al ribasso e che dopo un po’ si era così indignato che ha chiuso la conversazione. Che volete che gli dica? Nulla! Ha fatto bene. Essere dunque collaborativi non implica però scendere sotto degli standard minimi di sopravvivenza.

Imparate ad esigere di essere ben retribuiti. Se il cliente arriva a voi, vuol dire che vi apprezza. Vuol dire che riconosce il vostro valore. Fatevi valere usando affinità (perché non bisogna essere spigolosi e poco emotivi anche se siete dei sei professionisti), realtà (è necessario essere onesti e ben ancorati alla realtà della situazione richiesta. Loro vogliono una soluzione ad un loro problema. Voi siete quella soluzione, non siate perciò un problema in più.) e comunicazione (senza comunicazione non esiste nulla di tutto questo. Se non aprite bocca o non scrivete, non andrete da nessuna parte). Perciò è la comunicazione il collante imperativo. La fuori sarà sempre più difficile, ma pensare di vincerla a prezzi stracciati non porta da nessuna parte, in primis a pagarti le bollette. E voi che ne pensate? Fatemi sapere le vostre impressioni. Un saluto.

25 euro a servizio. Meno no!?

Buongiorno a tutti voi. Era da parecchio tempo che non ritornavo a scrivere nel mio blog. Impegni lavorativi piuttosto intensi; problemi di carattere fiscale a cui devo i miei più sentiti ringraziamenti alla mia ex commercialista che mi avrebbe, teoricamente, svincolarmi dai problemi fiscali lontano e non farmici entrare di prepotenza come un toro impazzito; ricerca per l’acquisto di un nuovo mezzo ed altri giochi più o meno insensati, hanno reso il febbraio appena trascorso vitale e movimentato. Ovviamente il mio lavoro di fotografo ha avuto il suo bel da fare e l’aggiornamento al mio sito di interni, mi ha impegnato parecchio, ma almeno potete incominciare a visionare una piccola fetta dell’immenso archivio personale. Dategli un’occhiata e ditemi che ve ne pare: www.fotografointernimilano.it

Ma dopo il mio solito prologo a cui sarete abituati, vi parlo di questa meravigliosissima perla che mi è giunta via email giorni fa su una piattaforma di ricerca personale. Leggete con GRANDE attenzione:

Cerchiamo fotografi per foto di interni (in stile Airbnb) in zone centrali della città. I servizi dureranno circa 30 minuti ed includeranno:- 20/25 scatti con reflex digitale – video in HD/4K – planimetria – post produzione. Il compenso garantito è di € 25 per ogni servizio. Contratto di lavoro: Part-time, Lavoro a progettoStipendio: €25,00 /giornoContratto di lavoro: Part-time, Lavoro a progettoStipendio: €25,00 /giornoContratto di lavoro: Part-timeStipendio: €25,00 /giornoContratto di lavoro: Part-time, Lavoro a progetto, Partita IVAStipendio: €25,00 al giorno Località:Milano, Lombardia (Obbligatorio) Lingua:Italiano (Obbligatorio)

Ora, in ben altre circostanze mi sono impegnato a fare un servizio di divulgazione per convincere e far capire ai neofiti fotografi, ma anche a certi professionisti di vecchia data in crisi, che scendere a simili compromessi non giova a nessuno. In questo caso poi siamo ai limiti della decenza. Perché tale compagnia a cui non voglio prestare credito, non solo paga poco o nulla, ma chiede ulteriori servizi al lavoro fra cui la POST-PRODUZIONE… Interrompo le trasmissioni per aprire una parentesi su questo punto. Per chi lavora nella professione del fotografo o del videomaker, sa bene quanto tempo si spreca e ci si dedica nella lavorazione di un singolo shooting. Quel tempo, passate ore ed ore davanti al pc, equivale a denaro vero e proprio, sono soldi e tempo usato o sprecato (dipende dalle situazioni) per consegnare un prodotto finito e scambiabile. Più tempo ci si mette e meno si guadagna. Se a contratto, così come ho mostrato, si paga così poco e poi si chiede un servizio aggiuntivo simile… beh, siamo già in perdita… una perdita netta. Per comprenderne il senso voi dovete dare al vostro tempo un valore in denaro. Se non lo fate potreste chiedere 100€ per un servizio che poi vi tiene bloccati per tre ore. Già così siete in perdita. Perciò, per capirne il valore, dovete essere velocissimi e professionali o sapere anche cosa vuole il cliente. Solo avendo molte informazioni vi verrà permesso di capire il valore di ciò che potete dare. Ma andiamo avanti.

Non solo viene richiesta la planimetria… Ma non dovrebbero assicurarsene gli agenti immobiliari di simili formalità? Il fotografo ora fa pure le veci del notaio del diavolo? Dicevo, non viene solo richiesta da parte del proprietario che consegnino la planimetria della casa in vendita ma che si giri pure un video in 4K (questa cosa rassomiglia molto ad un lavoro di due anni fa con la spagnola HOUSEFY. Ma in quel caso chiedevano solo che il fotografo scattasse qualche foto della planimetria e senza girare video… e pagando molto, molto di più).

Non è specificato se sia responsabile l’idiota… ops, volevo dire il fotografo/videomaker, montare il video, ma ci sono di mezzo responsabilità non irrilevanti (la consegna di dati sensibili) e la lavorazione del lavoro richiesto per un 25€ a servizio. Se già con la post produzione si andava in perdita, se poi si gira pure un video e si presume lo si debba montare, con ulteriore tempo gettato al vento, capirete benissimo che il compenso è ridicolo. Per simili lavori, uguali e precisi, conosco seri professionisti che chiedono anche 250€ e per la miseria se hanno ragione ad esigerlo. Il tempo è denaro. Mettetevelo bene in testa.

Il resto dell’annuncio in cui si ripete la stessa cifra è probabilmente un refuso poiché i form del programma non gli permettevano di inserire ulteriori dati. Per lo meno intuisco che sia andata così. Quindi è solo la prima voce quella corretta “Il compenso garantito è di € 25 per ogni servizio.” Ci sarebbe da spendere fiumi di parole per simili soggetti ma il problema non sono loro ma i decerebrati che accettano simili condizioni contrattuali. Non m’importa più di sentire gente dire: da qualche parte devo iniziare per farmi le ossa… Bravo coglione! Quindi la tua esperienza la svendi? Una prostituta guadagna 200 volte di più in meno tempo. Non solo non troverete in me un acerrimo nemico di queste agenzie, ma soprattutto dei fotografi che ci vanno dietro. A ben pensare, un’agenzia immobiliare o un’agente, a chiusura del contratto, ha un guadagnano in tre zeri, con l’aggiunta di qualche numero. E voi siete così imbecilli da scendere all’elemosina? Il contratto immobiliare si chiude grazie alla bravura dell’agente, nonché al lavoro del fotografo. Sono le belle fotografie, un video tour della casa che creano la domanda (poi ci sono anche bravi agenti che sanno vendere a fronte di foto indecenti, ci sono, ma sono rari) e quel lavoro va retribuito adeguatamente. Secondo voi perciò, difronte a quella richiesta, quanto sarebbe lecito pagare il professionista? Se 25€ sono obiettivamente miserevoli e per alcuni 250€ risultano troppe (a parità di servizio), dividendo attrezzatura/tempo di lavoro/tempo in post-produzione, quanto sarebbe il giusto compenso? Rispondetemi! Mi piacerebbe conoscere la vostra opinione.

Io posso, tu no!

Parco Sempione

Le bugie hanno le gambe corte ma non c’è peggior bugiardo di un certo giornalista che in barba alle regole sulla verità, se ne fa beffe, raccontandoci o facendoci credere a cose non vere. Molte volte mi sono scagliato contro una certa dis-informazione che mai come oggi dovrebbe essere trasparente e priva di fronzoli e paiette da circo. Perché vedere in televisione un servizio su una certa rete molto importante, blaterare che domenica pomeriggio al Parco Sempione, difronte all’arco della pace, ci fosse stata una manifestazione contro l’omofobia, con i partecipanti ben distanziati per evitare… bla bla bla. IO C’ERO. Se pur passando in bicicletta per un minuto scarso, ho visto QUANTO erano distanziati. Potrei affermare che un termitaio era meno intasato. E’ pur vero che lo fossero in prossimità del palco, ma sempre ammassati. Il discorso non cambia. Caro Scanzi, che ti ammiro e ti seguo sempre pur avendo idee politiche molto divergenti dalle tue, perché fai polemica sugli interisti a festeggiare lo scudetto, ma non per la marea di manifestanti a questa manifestazione? Non mi pare di averlo visto sul tuo profilo, però forse mi sbaglio. Non dico no a tale manifestazione che è una dimostrazione di democrazia, poi ciascuno potrà dire ciò che vuole e accettarlo come vuole, ma pare ci siano due pesi due misure che taluni giornalisti ci raccontano diversamente. Mi rammarico di non aver fatto almeno una foto. Ma ne ho trovate altre che dimostrano le mie ragioni e lo sdegno che l’accompagna. Dov’è la polemica? Perché nessuno ne parla e si inalbera per il mancato distanziamento? Ah si, nel servizio dicevano che i volontari mettevano delle croci per fare in modo che le persone fossero ben distanziati. Certo, forse all’inizio, ma poi tutto è saltato come fosse “naturale”, dopodiché il vuoto siderale. Ho trovato poche voci che ne parlavano, spesso poco ascoltate o seguite (come Fusaro). Per il resto un silenzio assordante e incomprensibile. Non si tratta di essere di destra o di sinistra o interista (io figuratevi che tifo il Cagliari) ma di obiettività intellettuale. Che manca a certi giornalisti. La manifestazione era legittima (balzata agli onori della cronaca grazie a quel cialtrone di Fedez, che ora fa l’eroe ma quando nei suoi testi precedenti faceva il bullo, tutto andava bene) ma su certe cose, onestamente, non si può far finta di niente. Dov’era la polizia? Perché non hanno preteso il distanziamento? Perché ne dovrei parlare io, un signor nessuno, quando dovrebbero farlo tutti, soprattutto l’informazione? Poi ci lamentiamo che per libertà di informazione restiamo nel fanalino di coda. Questa è l’ennesima espressione che qualcosa non va bene. I giornalisti che si inalberano contro la Rai perché pretendevano a Fedez di “omologarsi ad un sistema”, dov’erano per Milano? A Fedez bisognerebbe ricordargli che il concerto del primo maggio è dedicato a NOI lavoratori e non importa di quale schieramento politico apparteniamo, ma è per noi lavoratori. Quindi, mettere di mezzo le volgari… credo che dire volgare le parole del consigliere Bastoni della Lega sia veramente riduttivo, a fronte di un palco per sostenere emotivamente chi se la sta passando male in un simile frangente, è stato pretestuoso e inutile (ovviamente resta una mia idea). Le parole dei dirigenti Rai sono sbagliate, ma probabilmente volevano dire proprio questo e non per il contenuto del testo della canzone che era supervisionato dagli organizzatori, non dalla Rai. Tanto mister Fedez diventerà il nuovo presidente della Repubblica a forza di apparire dappertutto. Termino questo piccola, sgrammaticata, disgressione con due foto trovate sul web della manifestazione di sabato. Decidete voi, con la Vostra testa se le mie sono parole al vento o se non c’è un briciolo di verità. Fatemi sapere che cosa ne pensate.

Manifestazione contro l’omofobia a Milano, sabato 8 maggio 2021
Manifestazione contro l’omofobia a Milano, sabato 8 maggio 2021

Il ragioniere ed io, amici per la pelle

Il sospetto che ci sia un serio complotto contro di me è abbastanza eloquente. No! Ma dico io! Con tutta la fatica per riuscire a raggiungere la mia famiglia in seguito al sacrificio delle vacanze natalizie, ora che mi tocca? Appena arrivo a Cagliari per assistere e tranquillizzare i miei genitori, la Sardegna passa in zona Arancione. Ma stiamo scherzando o è una presa per il culo? La mia proverbiale preveggenza nel scegliere i momenti NO continua ad avere la meglio sulle mie più rosee aspettative. Eh si che ieri sera è stato un calvario anche per la partenza: in primo luogo ieri sera a Milano, non pioveva… DILUVIAVA! Poi una volta arrivato, ho fatto il check-in e mi dicono che la mia mascherina non andava bene e che dovevo mettermi solo quella chirurgica… e che palle! Trovo a Linate (che è in modalità ristrutturazione) una macchinetta automatica per la vendita delle mascherine. Giusto così, per dire che UNA mascherina costa la bellezza di 3EURO. Incacchiato come una biscia pago e… e la bustina s’incastra e non cade. Sono furioso. Inviperito. Smuovo la macchinetta ma non posso distruggerla perché ci sono degli addetti al controllo sanitario affianco a me. Mi viene in soccorso un gentilissimo addetto dello scalo che mi da una sua mascherina (nuova). Arrivo all’accesso e ci sono due file da superare. La prima riguarda la compilazione e la consegna dell’autocertificazione alle autorità di polizia. Poi c’è il controllo del bagaglio a mano e con poca lungimiranza hanno lasciato un solo corridoio per l’accesso, causando un lungo serpentone in attesa. Infine l’imbarco… partenza alle 20:55? Ma quando mai! Mezz’ora di abbondante attesa aggiuntiva e arrivo in ritardo. Poi dentro l’aereo una simpatica signora (sono sarcastico) mi chiede dove volevo sedermi… ed io “al mio posto scelto, vicino al finestrino”. Si alza e me lo lascia. Lascio perdere il suo sguardo di disappunto e mi siedo dove avevo scelto. Giunto a Cagliari ho preso un taxi per abbracciare finalmente la mia famiglia. Senza dimenticare che, come ho già detto, una volta giunto a destinazione ho scoperto, assieme ad altri passeggeri, che la Sardegna passava in arancione. No! Nessun dubbio in merito al fatto che non appena mi sposto, il governo lo sa e cerca di bloccarmi. Che sia il paziente super ZERO? Perché se così fosse pretendo ed esigo che il governo mi paghi abbondantemente affinché non mi sposti dalla mia residenza.

Tutta sta storia mi fa venire in mente che tutto sommato, la nostra vita è un meraviglioso libro di avventure, più o meno banali, a volte interessanti o pieno di sorprese. Non credo che sia necessario crearsi una grande avventura per riconoscere che per ogni situazione surreale o folle o persino antipatica, ci sia da scriverci un rocambolesco romanzo. Nel mio caso fantozzi è un mio parente stretto.

Facciamo una scommessa? Quando riparto la Sardegna ritorna in zona gialla e la Lombardia in zona rossa. Anzi, mettiamoci uno step aggiuntivo che passa in zona nera pre zombie. Io vi ho avvertiti. Sappiatelo!

Livello di necessità

Ciao a tutti. In questi giorni sto lavorando per orientare e far incrementare il mio business nella fotografia. L’inverno non è il massimo per un fotografo, di certo non per un matrimonialista. Pur essendo un fotografo d’interni, la situazione non mi pare delle migliori. Ma l’esigenza di ergersi ben oltre certi schemi mentali è sufficiente per rimettere in moto il livello di necessità. In cosa consiste? Il livello di necessità è quella condizione in cui si smuovono le chiappe – fisicamente – e si agisce – realmente – per giungere ad un fine preciso che ci risollevi da una condizione di difficoltà. I gradi di difficoltà sono molti e vari. Un esempio calzante è quel padre di famiglia disoccupato che a Napoli si è visto scippare il suo motorino mentre andava a fare le consegne take-away per sfamare la sua famiglia. Senza perdersi d’animo ha preso l’auto ed è andato a fare le consegne. Poi è partita la denuncia e grazie al video girato da un residente, la notizia e l’indignazione ha fatto il resto. La resistenza dell’uomo e il suo non voler affondare è stata di contralto alla vergognosa azione di quei pochi decerebrati che pensavano che per poter AVERE lo si poteva ottenere con ogni mezzo, anche con l’illecito.

Il suo livello di necessità dunque lo ha spinto ad una condotta da autentico combattente. Non si è fatto amareggiare. Non si è arreso. Ha lottato e immediatamente ha trovato una soluzione per completare il suo lavoro. Altro esempio: giorni fa a Milano ha nevicato copiosamente e pure io mi sono divertito a gironzolare divertito. Ma fra le tante persone e i bambini gioiosi, non vi siete soffermati un attimo a guardare i riders che in bicicletta sfrecciavano per le strade ghiacciate a consegnare il cibo d’asporto? Non è la domanda se quei coglioni che hanno telefonato chiedendo del cibo in una simile situazione se ne siano resi conto – certo che lo sapevano, ma se ne sono fregati – ma bensì al coraggio dei riders di non cadere effetto delle circostanze. Perché una persona sana di mente non andrebbe a rischiare la vita per un panino. La cosa giusta da fare era di dire agli avventori: scendi per strada, vai a fare la spesa al supermercato e non far rischiare la vita a dei disgraziati sotto la neve.

Il loro livello di necessità, la loro condizione di “ho fame”, li ha portati a mettersi in gioco non senza pericoli e problemi. In questi due esempi ho portato all’attenzione due differenti livelli di necessità ma ne esistono anche altri meno drammatici o impellenti. Qualunque esso sia, ci porta responsabilmente a porci delle domande: come facciamo a? come risolviamo questo? come possiamo ottenerlo affinché non si verifichi nuovamente?

Se improvvisamente sono malato, il livello di necessità mi porterà a muovermi fra un dottore e l’altro e se ho capito l’attuale condizione, anche a modificare il mio stile di vita. Certo, l’attuale situazione non è delle migliori. L’anno innominabile è terminato ma sta lasciando uno strascico di rabbia latente che prima o poi esploderà. L’intero sistema è saltato per colpa di un virus che neppure possiamo vedere. Ma i virus ci sono sempre stati e sempre ci tortureranno nel tempo. Questo “coso” però ha messo tutti sotto pressione. Ha costretto molte realtà a modificare le proprie aspettative. C’è chi si è arreso e chi si è rimboccato le maniche. Ma arrendersi purtroppo, non è la soluzione migliore.

Volete un segreto? Volete sapere quale perla di saggezza sto per darvi? Per aiutarvi ad uscire dal pantano NON dovete pensare a come AVERE, perché prima che voi possiate ottenerlo, qualsiasi cosa esso sia, in primo luogo voi dovere ESSERE. A seguire viene il FARE e solo alla fine riuscirete ad ottenere la meta prefissata. Il ciclo corretto non è AVERE e basta ma bensì ESSERE-FARE-AVERE. Esempio: la mia attuale meta prefissata è di avere una nuova macchina fotografica. PRIMA di agire per poterlo avere fra le mani, devo ESSERE, cioè sceglierMi come fruitore dell’oggetto. Voglio essere un fotografo è già un inizio. Dopodiché incomincio ad agire. Ho i soldi. Ha la disponibilità economica ma quale macchina scegliere? A questo punto mi documento, mi faccio un’idea e quando ho rintracciato il mezzo che più mi aggrada, agirò di conseguenza. Ora la macchina fotografica è mia e potrò iniziare a fotografare.

Ma se io non ho i soldi ne i mezzi? La soluzione NON è di arrendersi ma PERSEVERARE. Meta: voglio essere un fotografo. ESSERE: io fotografo. Poi viene il FARE: ovvero agire nel mondo reale per trovare, per esempio, un secondo lavoro o trovarne uno al fine di acquistarla (il che include anche la sua ricerca per le proprie aspettative e le disponibilità economiche) e solo infine si arriva all’AVERE: cioè ottenere il mezzo. Poco importa se lo pagate a rate o in contanti o se è di seconda mano o se vi siete fatti dare una mano. Ora la vostra meta è stata ottenuta.

Il livello di necessità sopperisce ed è un aiuto concreto a chi è in difficoltà. Ci costringe perciò all’azione perché le prospettive sono, o bere o affogare ed a parte i pazzi o gli psicotici, la stragrande maggior parte delle persone, vuole vivere.

I 10 migliori film psichedelici

E’ dal 31 dicembre che mi sto addentrando felicemente in film e telefilm horror più o meno interessanti, con qualche rara notevole eccezione. Fra le cose più intriganti, vale la pena di citare la serie tv coreana SWEET HOME, che si può trovare su Netflix e, lo spettacolare THE CALL (ma sti coreani o sono geniali o hanno seri problemi comportamentali e di sadismo viscerale). Dopodiché vale la pena di passare per gli incubi ebraici in The Vigil di Keith Thomas del 2019, il bellissimo Color out of Space di Richard Stanley con un ritrovato Nicholas Cage (forse uno dei più rari casi di film azzeccati e tratti dai racconti di Lovecraft), l’intrigante fanta-horror Vivarium di Lorcan Finnegan con due bravissimi Jesse Eisenberg e Imogen Poots (che pur con tutti i suoi difetti, difficilmente sarà dimenticabile), Gretel e Hansel di Oz Perkins con attori e atmosfere straordinarie, l’incredibile sorpresa in Mandy di Panos Cosmatos sempre con Nicholas Cage e concludo con A Dark Song (Dio, quel finale è fra le cose migliori viste negli ultimi anni), ma penso ci siano molti altri film e serie tv che andrebbero citate.

Ma il mio titolo è eloquente perché ho deciso di fare una classifica dei miei film preferiti onirici e quindi, di questi titoli più o meno recenti, ben pochi possono entrare di diritto nella mia personale top 10 di quei film allucinanti e allucinogeni che dell’onirico è il mio pane. Il fanta-horror che ha componenti psichedeliche e folli sono fortemente gradite al mio palato perché riescono a solleticare il mio senso della meraviglia e dello stupore che sfugge alle normali regole che governano i normali film di genere. In questo i grandi maestri sono David Lynch, Darren Aronosfsky, Ken Russell, Terry Gilliam, Alejandro Jodorowsky, Gaspar Noé e le serie tv Legion, American Gods, Twin Peaks, le prime due stagioni di Hannibal e ovviamente il Re dei Re: “Il Prigioniero” prodotto e interpretato da un eccezionale Patrick McGoohan (senza però dimenticare la follia del cartoon Rick and Morty).

Sperimentazioni visionarie e narrative atipiche, enfatizzate da situazioni di una realtà distorta tipiche nell’uso di sostanze stupefacenti ma che qui ha il merito solo in grandi menti artistiche (vedi l’inferno scatenarsi sul mondo nel brutto reboot di Hellboy, unica autentica perla di grande magia, in un minuto scarso di malata purezza). Questi viaggi, a tratti edonistici, tipici in chi fa uso dell’LSD anni ’60, sono come un un pazzesco giro di carnevale, ai limiti della follia. A volte imperfetti, aberranti, fuori di testa. Amo e sempre ho ricercato questi deliri cinematografici che soprattutto negli anni settanta hanno dato vita a storie contorte e di vivida suggestione. Poi, negli anni ottanta si è perso il gusto della sperimentazione e solo di recente si è ritornati alla grande con titoli molto belli e interessanti, persino per dei blockbuster.

Se con Legion siamo arrivati al tocco di Dio, nell’autentico gesto di elevarlo a capolavoro (e di fatti è stato vergognosamente ignorato ai premi Emmy, mentre invece il gradevole The Mandalorian ha ricevuto riconoscimenti esagerati), l’influenza che avrà agli anni a venire sarà totale, ma per fortuna le nuove generazioni guardano a Carpenter e Lynch come i maestri da copiare. Io amo la follia nelle storie basate sull’immaginazione e la concezione che lo spettatore deve e ha il sacro diritto di sognare ad occhi aperti sulle ali di un demone alato. Il primo film a cui mi aggrappai sugli specchi dell’immaginazione non è il Russell nazional-britannico ma bensì Manhunter: frammenti di un omicidio di Michael Mann del 1986. Il suo primo autentico capolavoro e primo film a mostrare al mondo il dottor Hannibal Lecter. Anche se un poliziesco, resta ben ancorato a musiche ed immagini stilizzate di grande impatto visivo. Quel film assieme a Stati di Allucinazione di Russell mi cambiò per sempre. Da quel momento il mio amore per il cinema si concretizzò in quel filone e senza, pensate un po’ voi, senza mai fare uso di sostanze stupefacenti, perché in risposta ad un amico che mi chiedeva come mai non ne avessi mai provato “non ne ho bisogno perché sono già pazzo per conto mio.” Tutto ciò che conta realmente è che sono palpabilmente vivi. Battono e si muovono di vita propria oltre il tempo che gli è stato concesso e per questo, immortali (sia che piaccia o meno, che sia buono o meno, restano impressi). Il tumulto della rovina. Il pandemonio di una giostra senza un conducente.

La ricerca e la scelta di questa classifica personale, include anche degli ex-equo per enfatizzare il lavoro di taluni registi, ma non è stata per nulla facile. Tempo addietro avevo fatto una classifica dei film che non mi facevano dormire. Anch’essi scuotono, raschiano il cranio e come una mano scheletrica che solletica il cervello, i sogni si librano sopra le ali di un demone che fischietta una marcia nuziale. I titoli, diciamocelo, sono pochi e introvabili. Spesso dei cult o delle chicche (vedi i film di Alejandro Jodorowsky), ma per fortuna, negli ultimi dieci anni abbiamo assistito al suo ritorno in pompa magna. Ma ora partiamo con quei film che amo per la loro follia e la loro creatività e mi raccomando, scrivetemi quali di questo genere vi piacciono o se ne avete di preferiti.

Una precisazione: anche se all’inizio ho parlato di cinema horror, ciò non vuol dire che ricadano solo in questo genere perché come vedrete, non è così. Buona lettura.

1.Stati di Allucinazione di Ken Russell del 1980.

Il primo in assoluto è il capolavoro onirico e folle di Ken Russell. Le sue visioni blasfeme sono oggi improponibili da mostrare in tv se non dopo viscerali tagli di montaggio. Ma non toglie che il film, nella sua imperfezione (gli effetti sonori, già per il periodo, sono veramente orribili), sia eccezionale con un William Hurt, alla sua prima prova cinematografica, che mostra al mondo la sua grandezza (la mancata candidatura agli oscar come migliore attore fece storcere il naso a molti addetti). La vicenda narra di uno scienziato, che grazie all’uso di una vasca di privazione sensoriale e con l’aiuto di alcune sostanze pericolose, cerca disperatamente di arrivare all’Io primevo, il principio del tutto: toccare Dio (come direbbe Bones in Star Trek TMP). Un’ossessione che lo porterà alla follia riscattata dall’amore in un finale epocale, ampiamente scopiazzato sia nel videoclip che in altri film. Una girandola infernale che scuote e lo fa con maestria in chi audacemente vuole osare.

2. Brainstorm: generazione elettronica di Douglas Trumbull del 1983

Film incompleto del 1981 a causa della prematura morte dell’attrice Natalie Wood sul finire delle riprese, fu salvato in extremis solo nel 1983. I vari rimaneggiamenti narrativi per portarlo sullo schermo ne hanno compromesso la resa, in modo irreparabile. Non sapremo mai come Trumbull lo volesse realizzare. Di certo si ama solo alla seconda visione, ma questo viaggio alla ricerca dell’anima dell’amica defunta e che cosciente della sua fine, registrò su un nastro magnetico di nuova concezione, capace di memorizzare visio e percezioni complete, trasmettendole da una persona all’altra (vi ricorda il Strange Days di Katherin Bigelow del ?), è dato dall’ossessione di un grande Christophen Walker che cercherà di mettere mano a quel lascito così pericoloso. Proprio come il dottor Jessup in Stati di Allucinazione, anche il dottor Michael, è disperatamente alla ricerca di una risposta all’enigma della vita. Toccherà con mano la linea di demarcazione fra il reale e l’ignoto in un vortice di religioso catarsi. Fra tutti è il meno onirico, ma lo amo così profondamente che non potevo non inserirlo.

3. Doctor Strange di Scott Derrickson del 2016

Che sorpresa! Non me lo aspettavo. Finalmente anche i blockbuster si sono inginocchiati alla follia e solo un mago folle come il Doctor Strange e la sua abilità nel distorcere la realtà e la concezione del tempo, potevano essere il miglior ambasciatore in questo genere. Viaggio psichedelico portentoso dall’inizio alla fine, è forse fra i migliori film Marvel e l’unico supereroe a meritarsi lo spettro di sciamano. Con lui si viaggia, ci si diverte, si ride e diventa il portavoce della fattibilità del tempo lineare perché essa è solo una nostra percezione. La trama è la solita di una redenzione, un dottore che vuole capire e ossessivamente cerca e trova (è un canovaccio abbastanza sfruttato) sulla sua strada le risposte che cerca e un antico nemico da combattere. Si lascia conquistare e non vedo l’ora di vedere il seguito, nella speranza che sia abilmente capace di stupirmi come la prima volta che uscì dal cinema.

4. Mandy di Panos Cosmatos del 2018

Visto proprio in questi giorni e grazie al passaparola, mi ha letteralmente conquistato. Nicolas Cage è un attore ritrovato. Dopo aver perso buona parte del suo patrimonio per problemi vari, per risalire la china accettò negli anni film orribili, ma di recente, ad incominciare da Mom e Dad, sta risalendo la china di gran carriera. Film straordinario dove riecheggia una visione che trascende le leggi della fisica, diretto con tale maestria che la vendetta di Cage è plausibile pur nella sua discesa infernale. È già un cult. È già immenso come un viaggio in treno sopra un ponte fatto di ossa. Musiche, fotografia, ambientazioni hanno un tocco magistrale e così audace che David Lynch, muto! Meriterebbe una posizione migliore in classifica, ma ciascuno di questi titoli è a mio diritto vincente. Mandy mi ha conquistato. Un pandemonio di luci e di forme contorte che ritroveremo in Climax di Gaspar Noé.

5. Color out of Space di Richard Stanley del 2019

Come ho citato prima, Nicolas Cage sta risorgendo ed anche in questa felicissima trasposizione ad un racconto del maestro H.P.Lovecraft, ci ha azzeccato. Ritorna dietro la macchina da presa un redivivo Richard Stanley (nome che pare quello dello pseudonimo usati da taluni registi che si vergognano di una schifezza e che non vogliono apparvi nominati) e azzecca tutto. Gli attori, la fotografia, gli alieni, l’orrore che avvolge il bosco e i suoi sventurati interpreti (con tanto di omaggio a La Cosa di Carpenter – ma non avendo letto il racconto di Lovecraft e sapendo quanto Carpenter ne sia un grande estimatore, il suo poteva essere un omaggio a quel racconto e non il contrario) sono inglobati in una delle più rare accezioni che vedono i film tratti da Lovecraft delle schifezze (a parte poche eccezioni). La realtà viene distorta e siamo costretti a subire il decadimento naturale di un mondo imperfetto ma tangibile ad uno assolutamente incoerente. Uno dei migliori viaggi psichedelici mai visti.

6. Il seme della follia di John Carpenter del 1994

Non potevo non includere il Re dei Re. Non sto ricordando l’incredibile serie tv Legion, ma l’unico regista che viene più citato nei film e nelle serie televisive dalle nuove generazioni dopo Stanley Kubrick. Parliamo di John Carpenter. Questo Il Seme della Follia, quando lo vidi per la prima volta in tv, non mi fece dormire. Un viaggio viscerale come solo il maestro è capace di fare. Trascina e veicola la storia dentro gli specchi dell’immaginazione, reinterpretando Lovecraft e giurando eterno amore all’autore di Providence. A mio modo di vedere, c’è anche una sottile liea critica nei confronti di Stephen King e l’autocitazione è una perla di genialità che lo trascina fra le più alte vette dei migliori film usciti negli anni novanta.

7. Gretel e Hansel di Oz Perkins del 2020

Dopo Mandy, queste Gretel e Hansel è stata la mia seconda sorpresa. Come per Brainstorm, non è particolarmente onirico, ma veicola i sfortunati fratelli dentro un reame dove la realtà di macchia di una paura strisciante. La reinterpretazione dell’antica fiaba che tanto fiaba non è, perché tragica oltre ogni modo, è un horror cupo, d’atmosfera dai numerosi quesiti su quanto siamo propensi a sacrificare per giungere ad un fine che non sia altro che il potere. Bravissima Sophia Lillis (cognome sardo e dal volto incredibilmente somigliante alla più matura Amy Adams) e alla fotografia suggestiva di Galo Olivares.

8. Enter The void/Climax di Gaspar Noé del 2009 e del 2018

Il top dei viaggi psichedelici però spetta a questo regista argentino naturalizzato in Francia. Difficile esprimere il suo cinema sempre estremo. O si ama o si odia nel profondo del dna. Climax è esageratamente lungo. Pare non abbia fine. È fastidioso e frenetico. Un vortice di danza, droga, ossessioni, morte. Mai nessuno ha descritto l’inferno con così tanta precisione da risultare indigesto. Le inquadratura rivoltate ci costringono a rivedere il concetto di linearità cinematografica perché in quel vortice di psicosi collettiva, la realtà è troppo distorta per seguirne un ritmo. In questo suo viaggio, Enter The Void del 2009 e il vagare dell’anima del protagonista per le vie di una Tokyo da girone dantesco, gettano benzina sul fuoco di un autore difficile. È rimasto ancorato agli anni sessanta e con gli stili e le attuali tecnologie, si trasporta a nuovi estremi e per tale ragione si ama, o viene detestato. Il nuovo Russell signori, eccolo qua!

9. Brazil di Terry Gilliam del 1985

Difficile non inserire Terry Gilliam. Adattamento libero e interpretativo al 1984 di George Orwell, il suo Brazil è giudicato fra i 100 miglior film del secolo e fra i migliori degli anni ottanta. Eccentrico, un po’ come tutto il cinema di questo geniale autore, Brazil è un maestoso prequel, passatemi l’unione, al suo più recente The Zero Theorem del 2013. Successo europeo ma ignorato negli USA (a quanto pare hanno la brutta tendenza a ignorare film memorabili che nel tempo saranno rivalutati come cult) ed alla sua ricerca di un perché a ciò che ci circonda. Un perché capace d’inchiodarci per anni a viscerare parole e concetti per giungere a quel grido finale di Sam Lowry dopo un vortice di pura follia kafkiana. Film visionario, intelligente, satirico, divertente e strano di un universo distopico e privo di logica. Design e costumi accattivanti ed una regia superba, coadiuvata da attori in stato di grazia.

10. The Cell di Tarsem Singh del 2000

Sarà anche l’ultimo, ma come per i titoli indicati nelle menzioni d’onore poteva tranquillamente stare davanti a tutti. Questa opera prima del talentuoso regista indiano Tarsem Singh con Jennifer Lopez è un’opera di maestosa bellezza. Ancora una volta, questa volta in chiave sperimentale poliziesca, si cerca di entrare nella mente di un serial killer per scoprire dove abbia nascosta la sua ultima vittima. Vi si possono trovare riflessi ed omaggi a Dalì e H.R.Giger e chissà di quanti mi sfuggono. Famoso per essere un regista di videoclip noti, ha un suo approccio visionario molto originale che lo distacca da molti dei suoi colleghi. Il fatto che il suo secondo film, The Fall, sia stato diretto nel 2006 e giunto alle sponde italiche con vergognoso ritardo, la dice lunga su quanta energia abbia inondato il film per poi non avere più idee. Immortals del 2011 è interessante mentre gli ultimi due non sono neppure degni di essere citati. in The Cell Tarsem gioca con la trama in modo bizzarro e miscela gli ingredienti come un pasticcere provetto. Artificiale? Troppo elaborato? Che me frega! A farne film così li guarderei di continuo.

Menzioni d’onore per Excalibur di John Boorman del 1980; Zardoz sempre di Boorman del 1974; Vivarium di Lorcan Finnegan del 2019; The Keep di Michael Mann del 1983; Il labirinto del fauno di Guilermo del Toro del 2006 & Hellboy the golden Army del 2008; Dune di David Lynch; Noah di Darren Aronofsky del 2014 e il Cigno Nero del 2010 sempre suo; Gothic di Ken Russell del 1986; Il serpente e l’arcobaleno di Wes Craven del 1988; The Zero Theorem di Terry Gilliam del 2013; Linea Mortale di Joel Schumacher del 1989; The Fountain – l’albero della vita/Madre! di Darren Aronofsky del 2006 e del 2017; Void – il vuoto di Steven Kostanski e Jeremy Gilliespie del 2016

Pensate in grande!

Ed eccomi qua, finalmente al mio primo post. Teoricamente avrei dovuto farvi gli immediati auguri, ma ho avuto molto da fare… ronfare, scambiare gli auguri con gli amici e i parenti… ronfare… sbraitare davanti alla tv a fronte delle nuove notizie… leggere… scrivere… giocare… fare esercizi fisici in bagno e ronfare. Come vedete, un’agenda molto impegnativa. Soprattutto sul dormire. Bene, spero che comunque sia andato l’anno appena trascorso, sia giunto il momento di slegarci dal suo fardello, guardando al futuro. Dobbiamo fare del nostro meglio per renderlo migliore. Il passato ci serva SOLO come base per ricavare e recuperare le esperienze necessarie a valutare le scelte e le azioni che verranno intraprese nel futuro. Non è filosofia spicciola da bar, è un dato di fatto. È realtà difficile da confutare. È come dire che il minimo comun denominato di ogni forma di vita non sia o non si può delimitare alla sola parola SOPRAVVIVENZA! Ah no?! Per curiosità, più in basso di così, più al livello terra terra della mera sopravvivenza, che altro c’è che si possa relegare in una sola parola? No, essa è la punta di una piramide al contrario ed a seguire vengono tutte le altre cose, sempre più complesse e dalle infinite variabili mentre si sale la piramide (o la si scende, a seconda di come la vogliate vedere).

L’anno che non si può nominare è andato ma badate bene che non mi pare che l’inizio sia dei migliori. Non ci siamo proprio. Nel mio piccolo, il lavoro langue e non ne intravvedo all’orizzonte. Non che sia fermo ad aspettare che mi arrivino opportunità, ma di certo devo adottare il motto del “PENSATE IN GRANDE. SE PRIMA PENSAVATE AD UNO STUDENTE, A UN LIBRO VENDUTO, PENSATENE 100! PENSATE IN GRANDE! UNA PERSONA OTTIENE CIO’ CHE DESIDERA E LAVORA PER OTTENERLA, QUINDI PENSATE IN GRANDE!” Non è proprio un motto ma io lo adatto alle mie esigenze come tale.

Un esempio calzante è quello dell’agricoltore che alla fine dell’anno va a mietere il grano, trovandosi in una situazione molto pericolosa, perché sufficiente a mala pena per il sostentamento della sua famiglia. Infatti non aveva fatto i conti con i corvi, altri uccelli, gelate, insetti, siccità, temporali ed altro. Alla fine si è trovato ad avere poco o nulla fra le mani. La sua semina era sufficiente solo per quell’anno e non ha ragionato in termini futuri. Conseguenze? È abbastanza prevedibile… muore di fame. Un agricoltore perspicace sapendo di questi problemi, pensa in grande e ragiona anche per gli anni a venire e quindi a conservare i chicchi di grano per la semina del nuovo anno e lo fa su un’estensione maggiore di quella del suo vicino.

Stessa cosa ! Che sia per la pubblicazione di un libro, di un lavoro di fotografo o del politico, il concetto non sbaglia. Più ne parli ad una grande platea e più ti ascolteranno, ti cercheranno e saranno ben disposti all’acquisto del tuo libro, ad accettare i tuoi preventivi ed a votare tal dei tali. Bisogna perciò, pensare in grande. Un esempio recente è la pubblicità continua, a tratti fastidiosa ma vincente di Andrea Scanzi al suo libro (che peraltro ho letto velocemente, facendomi un’idea non proprio rosea di un certo livello della destra italica – e chi vi parla, lo sapete, è di destra). Può non piacere il suo metodo, il suo linguaggio, ma grazie al suo approccio un po’ ortodosso, ha fatto conoscere il suo nuovo libro anche ai sassi ed ha venduta alla grande perché come cita, lo fa per guadagnarci e non per beneficienza. Non piace a qualcuno? Eh chi se ne frega! È il risultato che conta e di solito chi sbraita è solo geloso. Poi su questo punto di vista mi piacerebbe un giorno farvi altri esempi tratti dal mondo della musica e del cinema, perché ci sarebbe da imparare tantissimo su scelte azzardate di cantanti e produttori.

Questi due esempi limite sono per aiutarvi a focalizzarvi sul motto citato prima. Bisogna pensare in grande perché l’inizio pare un tantino più problematico di quello appena trascorso (e che non si può nominare). Bisogna sfoderare le migliori armi per uscire dal baratro. È il medesimo discorso fatto al mio coinquilino che nuota in cattivissime acque, perché lo Stato aiuta i ristoratori, ma chi fa il cameriere o il lavapiatti senza uno straccio di tutela? Di che campa? Certo, bisogna che cambi punto di vista e di prospettiva, non solo lavorativo ma anche nel suo stile di vita. Non fossilizzarsi su ciò che si ha costruito perché il Covid lo ha spazzato via ma guardando avanti, verso nuovi orizzonti. O bere o affogare amici miei, non vedo grandi alternative.

Letterina per il 2020

Caro 2020. So che ti dispiace lasciarci. Sono certo che non vorresti abbandonarci e che ci vorresti lasciare qualche grazioso ricordino del tuo passaggio. Ma tranquillo che ti sei fatto abbondantemente ricordare. Ne hai combinate di cotte e di crude, lasciando molte persone con le braghe scoperte e patire al tuo passaggio. Pure a me non hai risparmiato, ma sappi che nel mio piccolo, ne ho approfittato per farmi qualche corso, per studiare e tenermi allenato. Non sono rimasto fermo. So bene che ci tieni a noi e che vorresti sapere come stiamo e che cosa faremo. Sei un bel ficcanaso ma ti dirò non tutto ciò che mi è accaduto perché lo già descritto ampiamente, ma come ho terminato le tue ultime ore. Ti va di saperlo? Ma si, dai! Sono certo che non vedi l’ora di scoprirlo. Ebbene, dal pomeriggio sono rimasto davanti al computer e un foglio ed un penna in mano, ho calcolato in un grafico quanto ho guadagnato nonostante il tuo “amore”. So bene che quelle virgolettate potrebbero offenderti, ma sappi che non è stato esattamente gioioso farlo. Volevo vedere. Volevo toccare con mano quanto mi hai lasciato. Lo sai che potevo fare il botto? Invece caro 2020, hai voluto esagerare e per poco non mi hai fregato. Non sono a leccarmi le ferite che mi avresti inferto se non fossi stato attento sin dall’inizio. Sono riuscito a cavarmela meglio di quanto mi aspettassi. Si, mi hai lasciato qualche livido, ma guardando quel grafico dopo tante ore di lavoro, non posso che ritenermi fortunato. Conosco a chi gli è andata molto, molto peggio. Speravi di farmi lo sgambetto eh! Sei un mattacchione, ma poco simpatico. Non è che ci hai fatto uno scherzo gradevole. Direi che sei stato un pochino opportunista. Volevi tutto per te, vero! Golosone! Ma bene, dai. Ci hai provato ma alla fine sai che penso? Che vinceremo noi e vincerò io. Perché sono un sognatore e mi piace guardare al futuro. Perciò, caro 2020, non scassarci più gli zebedei che penso anche a nome di molti altri, hai già ampiamente tolto e dato. Fatti da parte con dignità (se mai ne hai avuta una) e lasciaci sognare ancora. Domani sarà un altro giorno e che ti piaccia o meno, sarà senza di te. Con “quasi” affetto, Andrea.

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